La baruffa nella piazza mediatica tra Berlusconi e Fini, che fa impallidire le risse abituali nel centro-sinistra, forse non è proprio un male. Gianfranco Fini, gelidamente furioso, ha stracciato il velo di ipocrisia che sta alla base del potere di Silvio Berlusconi, che non ammette il dissenso, né personale né politico. Fini, a torto o a ragione, nonostante sia stato «sdoganato» proprio da Berlusconi e sia riuscito così a far diventare - legittimamente - un pezzo rilevante della destra nazionale e post-fascista nuova classe dirigente per il Paese, ha voluto affrontare il suo profondo dissenso (che probabilmente ha anche radici personali) in termini squisitamente politici.
Parto da una constatazione metrica. Il numero di libri dedicati alla corruzione del sistema universitario italiano è aumentato esponenzialmente negli ultimi anni. Fino a qualche tempo fa era quasi un tabù dire che i concorsi a cattedra erano truccati. Oggi siamo giunti all'eccesso opposto, ossia nessuno crede più che un concorso universitario possa essere svolto secondo le regole del gioco. Come interpretare questo dato? Siamo forse a una svolta?
In un recente articolo sul «Sole 24 Ore» Martin Taylor, l'ex ceo di Barclays, di fronte alla crisi greca ha proposto tra il serio e il faceto una sorta di doppio regime valutario per l'euro, con l'introduzione di un moneta, il neuro, per i paesi virtuosi, quelli più competitivi e fiscalmente disciplinati, del Nord Europa, e un'altra moneta, il sudo, destinata a svalutarsi nel tempo, per quelli invece più viziosi del Sud Europa. Solo in questo modo il nocciolo sano dell'Europa potrà evitare di essere trascinato nel gorgo di dissolutezza che sprofonda lungo le sponde del Mediterraneo.
Recentemente si è di nuovo riaperto in Italia il dibattito sulle riforme istituzionali. Da ogni parte si sentono le proposte più disparate, alcune originali e inedite, altre formulate ricalcando modelli stranieri. Vi sono significative possibilità che anche stavolta tale montagna di discussioni non partorisca neppure un topolino. Ma nel caso in cui invece sia la volta buona, è opportuno mettere qualche punto fermo sulla direzione in cui dovrebbero andare le "riforme" se si adotta un punto di vista liberale.
"Altro che realignment, questo è un terremoto". La battuta scambiata da un paio di amici giornalisti in una storica trattoria padovana, a inizio marzo, fotografava in un istante lo spettacolare movimento centripeto che stava avvenendo in Veneto.
Davvero non si capisce perché ultimamente Berlusconi tenga tanto ad assomigliare a Richard Nixon. È stato, semmai, il Reagan italiano - un uomo nuovo, uno che quelli dell'establishment passato guardavano con un misto di noia e indignazione: ma anche una star assoluta, un immenso e naturale feeling con il popolo, nutrito di quella stessa naïveté non si sa bene se inconsapevole o ricercata che caratterizzava anche l'ex governatore californiano, - e ora, ora che la sua avvincente cavalcata nella storia andava dritta verso l'happy ending, eccolo chiudersi pericolosamente, insieme col governo che presiede, verso un'altra esperienza storica, quella nixoniana, col suo tremendo fardello di sospetti, accuse, ossessioni, finiti come sappiamo.
Il decreto anti-crisi, che dovrebbe tracciare il solco per una lenta ripresa dell'economia nel secondo semestre dell'anno, è stato approvato prima delle ferie estive. Come tutti i provvedimenti complessi, contiene elementi positivi e negativi, e rispecchia in parte alcune linee guida e modalità di intervento già utilizzate dal governo in provvedimenti precedenti. Analizziamo le misure maggiormente rilevanti del decreto, da un punto di vista economico, per comprenderne meglio le potenzialità e i limiti.
Negli ultimi mesi, anche in risposta al successo elettorale della Lega nelle regioni del Nord, ha ripreso fortemente corpo il dibattito sulle misure di rilancio per il Mezzogiorno. Il tema è di primaria importanza per almeno tre ragioni: molti problemi del Sud rimangono tuttora largamente irrisolti, gli squilibri di natura economica e fiscale tra Nord e Sud rischiano di creare ulteriori tensioni e, non da ultimo, il rilancio del Mezzogiorno è fondamentale per contribuire al rilancio del paese nel suo complesso.
Il Partito democratico dovrebbe dedicarsi un po' al «pessimismo della ragione». Nato troppo in fretta e sempre in affanno, aveva (forse ha ancora, ma bisogna credergli sulla parola) un'idea forte: raccogliere il meglio della tradizione cattolica, comunista, laica e socialista, per unificare «popoli» che - pur divisi dalla Guerra fredda - hanno sempre avuto un comune sentire nella Costituzione, che si sono educati nell'esercizio concreto della democrazia, che sono stati fianco a fianco nella Resistenza e poi di nuovo contro il terrorismo negli anni Settanta e Ottanta.
Sembra un gioco di prestigio: prima compare e poi scompare. È la class action all'italiana, quella contro le pubbliche amministrazioni. Che da un anno a questa parte il ministro Brunetta fa uscire dal cilindro, mentre la decisa opposizione delle amministrazioni e dei concessionari pubblici fa improvvisamente sparire. Il ministro ha più volte ribadito che è un punto qualificante della sua politica di riforma del settore pubblico. A volte, dai toni accesi che ne scaturiscono, pare trattarsi anche di una questione personale, che lo contrappone ai suoi oppositori. Prossima data annunciata è gennaio 2010. Stiamo a vedere.
Gli Stati Uniti d'Europa, già immaginati negli ultimi anni dell'ottocento da un giovanissimo Luigi Einaudi, al quale si aggiunsero nel novecento Ernesto Rossi, Altiero Spinelli e gli altri confinati di Ventotene, restano una meta incompiuta.
Una meta intralciata dagli Stati nazionali che, col loro rafforzamento, hanno provocato l'indebolimento della Commissione, come a suo tempo provocarono il fallimento della Comunità europea di difesa, per la quale l'Italia di De Gasperi e di Sforza si batté particolarmente.
Luca Marchio, un 33enne di Como è stato il primo "turista" occidentale entrato a Falluja.
A rivelare la storia, che ha creato qualche imbarazzo anche all'ambasciata d'Italia a Baghdad, e' stato il New York Times. Entrato dalla Turchia in Kurdistan con un visto turistico di 10 giorni Marchio e' arrivato nella capitale irachena martedi' in taxi' dopo un viaggio di 320 chilometri da Erbil. A Baghdad e' sceso all'hotel Coral Palace dove il direttore ha raccontato di essere rimasto a bocca aperta: in citta' non si vedeva un visitatore da prima dell'invasione Usa del marzo 2003. Il viaggio di Marchio si e' concluso due giorni a Falluja dove i poliziotti locali che credevano di trovarsi di fronte uno jihadista occidentale lo hanno fermato.
Mai prima, nei 61 anni di storia della Repubblica, si era assistito ad uno scontro istituzionale così aspro; mai tanto esplicito e carico di pericoli per la convivenza civile, ben al di là di quanto non abbia avvertito l'opinione pubblica. Mai si era vista un'offensiva tanto determinata a scardinare i principi della Costituzione, a cominciare dalla separazione e dall'equilibrio tra i poteri e le istituzioni dello Stato. Mai, forse, il livello di attenzione e di consapevolezza dei cittadini circa i rischi a cui la comunità nazionale va incontro se sottovaluta la portata di quanto accade, era così basso. La sfida lanciata da Berlusconi verso il presidente della Repubblica e la democrazia parlamentare non può restare senza risposta. Ogni timidezza, indulgenza o cedimento ormai potrebbe diventare irrimediabile.
A Davos sono stati il leader russo, Vladimir Putin, e quello cinese, Wen Jiabao, a definire le linee della critica all'assetto internazionale centrato sugli Stati Uniti. La prima critica è stata sulla credibilità, la seconda sulla politica economica. Gli Stati Uniti hanno sempre assicurato che il loro sistema era stabile, e poi si è visto che non era vero, questo è quanto in sostanza ha affermato Putin. Alcuni paesi seguono un modello di crescita insostenibile, perché basato sul consumo senza un adeguato risparmio, questo è quanto in sostanza ha affermato Wen. Il centro del sistema, questo è il senso dei discorsi dei due leader, non solo non è credibile, ma segue un percorso sbagliato. La parte "distruttiva" dei due discorsi è condivisibile, ma è difficile capire quale sia la parte "costruttiva", vale a dire come si esce dalla crisi. Asserire che ci vuole una maggiore cooperazione vuol dir tutto e niente.
Il sistema di governance delle imprese è in costante evoluzione, con una crescente attenzione alla tutela degli interessi degli stakeholder e con una forte sensibilizzazione ai temi del controllo interno. È in corrispondenza delle crisi o degli scandali finanziari, però, che si avvertono le principali discontinuità, determinate dalla necessità di reazione a fenomeni esterni o dall'introduzione di nuovi adempimenti legislativi.
Non si è mai così tanto parlato di Università come negli ultimi tempi. Ovviamente per parlarne male, solo per dirne peste e corna. Sui giornali è infuriato il gioco al massacro: concorsi truccati, professori fannulloni, moltiplicazione dei posti, ricerca scadente. Nulla di buono, nulla da salvare e tutto da rifare. Ma nessuno ha tentato di spiegare anche l'altra faccia della medaglia, mettendo in luce alcuni problemi della carriera accademica che, se non affrontati per tempo, renderebbero vana ogni (pur necessaria) riforma. Come quella sui concorsi e sul reclutamento.
Obama in passato ha detto di sé: 'sono un test di Rochard, ognuno vede in me quello che vuole vedere.' Di conseguenza, la campagna che ha condotto è stata una campagna 'ispirational', cioè una campagna che potesse ispirare in ognuno cose diverse. Con queste premesse, si dirà, Obama rimane a tutt'oggi un mistero, perché nessuno sa davvero chi egli sia. La cosa è vera in parte, ma è vera. Ossia, di Obama si conoscono i punti fermi?il ritiro dall'Iraq, l'estensione della copertura di MediCare, l'ambiente?ma non cosa farà per trasformarli in politiche di governo.
Il recente decreto anti-crisi prova a favorire la circolazione del denaro mettendo mano ad una riforma organizzativa e del contenzioso in materia di investimenti e interventi strategici. Al riguardo, sono stati previsti nuovi commissari governativi e regionali, responsabili dell'attuazione delle grandi opere, nonché ulteriori norme per accelerare i processi amministrativi, con l'intento anche di dissuadere il contenzioso in materia. Ma non sarebbe meglio rivedere la complessità delle procedure e della normativa sui lavori pubblici?