Il decreto anti-crisi, che dovrebbe tracciare il solco per una lenta ripresa dell'economia nel secondo semestre dell'anno, è stato approvato prima delle ferie estive. Come tutti i provvedimenti complessi, contiene elementi positivi e negativi, e rispecchia in parte alcune linee guida e modalità di intervento già utilizzate dal governo in provvedimenti precedenti. Analizziamo le misure maggiormente rilevanti del decreto, da un punto di vista economico, per comprenderne meglio le potenzialità e i limiti.
Negli ultimi mesi, anche in risposta al successo elettorale della Lega nelle regioni del Nord, ha ripreso fortemente corpo il dibattito sulle misure di rilancio per il Mezzogiorno. Il tema è di primaria importanza per almeno tre ragioni: molti problemi del Sud rimangono tuttora largamente irrisolti, gli squilibri di natura economica e fiscale tra Nord e Sud rischiano di creare ulteriori tensioni e, non da ultimo, il rilancio del Mezzogiorno è fondamentale per contribuire al rilancio del paese nel suo complesso.
A Davos sono stati il leader russo, Vladimir Putin, e quello cinese, Wen Jiabao, a definire le linee della critica all'assetto internazionale centrato sugli Stati Uniti. La prima critica è stata sulla credibilità, la seconda sulla politica economica. Gli Stati Uniti hanno sempre assicurato che il loro sistema era stabile, e poi si è visto che non era vero, questo è quanto in sostanza ha affermato Putin. Alcuni paesi seguono un modello di crescita insostenibile, perché basato sul consumo senza un adeguato risparmio, questo è quanto in sostanza ha affermato Wen. Il centro del sistema, questo è il senso dei discorsi dei due leader, non solo non è credibile, ma segue un percorso sbagliato. La parte "distruttiva" dei due discorsi è condivisibile, ma è difficile capire quale sia la parte "costruttiva", vale a dire come si esce dalla crisi. Asserire che ci vuole una maggiore cooperazione vuol dir tutto e niente.
Il sistema di governance delle imprese è in costante evoluzione, con una crescente attenzione alla tutela degli interessi degli stakeholder e con una forte sensibilizzazione ai temi del controllo interno. È in corrispondenza delle crisi o degli scandali finanziari, però, che si avvertono le principali discontinuità, determinate dalla necessità di reazione a fenomeni esterni o dall'introduzione di nuovi adempimenti legislativi.
Le borse cadono: i valori sono mediamente pari alla metà rispetto all'inizio dell'anno, talora pari ad un terzo dall'inizio della crisi (agosto 2007). Crollo dei profitti? Può essere. Con una recessione davanti non è difficile dimezzare gli utili. Ma non convince. Per tante ragioni. La prima è che va giù tutto assieme, senza selezione, senza rispetto dei "fondamentali". Non ci sono titoli "rifugio" (può essere che tutte le società abbiano prospettive ugualmente brutte?). La seconda è che molte imprese quotano sotto il valore del loro patrimonio cd. "tangibile". Quindi non si attendono solo profitti più bassi ma vere e proprie perdite, anche consistenti e per periodi prolungati. Non solo nel settore finanziario.
Molti si chiedono se la crisi in corso non accresca il potere relativo della classe politica e se non si poteva agire prima. A giudizio di chi scrive la risposta alla prima domanda è "si", alla seconda "no". Per dare ragione del "sì": quando si arriva ad una crisi economica, chi può generare risorse accresce il proprio potere relativo. La classe politica può variare le spese e le imposte e quindi stimolare l'economia reale, e può anche emettere obbligazioni, indipendentemente dal fabbisogno del bilancio pubblico, e così alimentare l'economia sul versante finanziario. Sono accadute entrambe le cose, il taglio temporaneo delle imposte deciso da Bush per aiutare le famiglie nel periodo estivo, il piano Paulson per salvare il sistema finanziario comprando le obbligazioni di dubbia qualità e iniettando capitale di rischio nelle banche.
La discussione fra "liberisti" e "statalisti" impazza. I primi sostengono che la crisi in corso è grave ma passeggera, nel senso che ci si trova nel bel mezzo di una interruzione ciclica, curabile con misure monetarie e fiscali appropriate, mentre i secondi pensano che sia terminata un'epoca storica, iniziata trenta anni fa con Margaret Thatcher e con Ronald Reagan, e che bisogna cercare un modello di sviluppo diverso. Se con "liberista" si intende chi crede che il sistema economico lasciato libero di agire trovi un sentiero di crescita migliore di quello che troverebbe con interventi pubblici perpetui, allora "liberisti" sono quasi tutti, anche i "liberalisti".
La caduta violenta dei mercati delle azioni è stata commentata in vari modi. Il tono apocalittico è il tratto comune di molti commenti. In effetti, questa caduta fa impressione, uno può pensare che dopo un crollo di tal entità, l'economia reale possa fermarsi. Urge quindi chiedersi attraverso quali canali la borsa influenzi l'economia reale.
La crisi in corso è quasi sempre descritta con uno schema che asserisce che i tassi di interesse troppo bassi hanno spinto i prezzi degli immobili troppo in alto, con gli immobili medesimi che finivano nella pancia delle obbligazioni che tutto il mondo lietamente comprava. Con il tutto che è precipitato, perché i prezzi delle immobili e delle obbligazioni incinta degli stessi erano assurdi. Le persone chic dicono che il mercato era "mispriced", ossia che aveva dei prezzi non efficienti. Tutti, salvo alcuni liberisti, che, al contrario del sanguinario Stalin che purgava gli oppositori, desiderano solo le purghe dei prezzi, hanno invocato, tremuli, il ritorno dello stato. È vero che è andata così, ma per quale ragione è andata così? Gli investitori raffinati non potevano prevedere che i prezzi che salivano troppo, poi sarebbero scesi? E se potevano prevederlo, perché non si sono mossi in anticipo? Ci deve essere qualcosa in più per arrivare alla spiegazione.
Da una parte i liberisti, la prima via, dall'altra gli statalisti, la seconda via, in mezzo i fautori dell'economia mista, la terza via. Sono gli schieramenti classici, e tutti sentono il profumo amico delle cose dette. Le implicazioni: il liberismo favorisce le innovazioni, e piace ai ricchi, lo statalismo l'eguaglianza, e piace ai poveri, l'economia mista genera non troppe innovazioni e non troppa ineguaglianza, e piace a chi ha la testa sulle spalle. Sembra tutto chiaro, ma ...
Quelli che pensano che l'Impero Americano stia decadendo rimandano alle cause della scomparsa degli altri imperi: 1) l'esercito imperiale per quanto potente è incapace di controllare tutto il mondo; come ieri gli spagnoli avevano finito per combattere delle guerre interminabili in Olanda, così stanno facendo oggi gli statunitensi in Medio Oriente. 2) L'Impero è finanziato dal resto del mondo; come ieri gli spagnoli continuavano a vendere obbligazioni ai genovesi, così fanno oggi gli statunitensi con i cinesi e con i sauditi. Negli ultimi tempi si sta diffondendo un argomento nuovo e sottile: contribuisce alla decadenza anche la "mentalità dello scommettitore".
La BCE non poteva fare diversamente. Il suo mandato parla chiaro. Con l'inflazione che marcia al 4% in Europa, l'inflation target al 2% imponeva di intervenire sul costo del denaro. A poco valgono le considerazioni -peraltro corrette - che l'inflazione sia per larga parte importata e derivi dall'aumento "esogeno" del prezzo del petrolio, delle materie prime e delle derrate agricole. Alto è infatti il rischio che l'inflazione importata per questo canale inneschi, attraverso effetti di seconda battuta, una spirale inflazionistica interna all'economia europea.
Si sta per chiudere il primo periodo di possibile revisione della Convenzione ONU sui diritti del mare e si è aperta una gara tra gli stati che si affacciano sugli oceani aperti per appropriarsi di nuove aree di mare e sottosuolo marino da sfruttare economicamente. Assegnare a una cerchia ristretta di Paesi nuovo spazio bio-produttivo da sfruttare deprime l'incentivo di questi Paesi a ricercare il benessere attraverso la ricerca e sviluppo, genera dei vantaggi patrimoniali a favore di questi stati deprimendo il relativo potere d'acquisto degli altri e spinge la corsa al consumo accelerato delle risorse bio-produttive del Pianeta anziché incentivare una più saggia pianificazione di lungo periodo. L'Italia ha dei chiari incentivi all'azione.
È ormai asseverato e lapalissiano che la domanda di energia crescerà in modo esponenziale nei prossimi anni.
Le previsioni più ottimistiche danno una crescita della domanda del 43% rispetto al 2005 ossia si passerà da 12.4 miliardi di tep (tonnellate equivalenti di petrolio) di oggi ai 16.5 miliardi del 2030: una crescita di circa l'1.8% all'anno per il mondo (per l'Italia la crescita prevista è del 1.38% ). Domanda che proverrà per almeno i 2/3 dai paesi in via di sviluppo.
Che le cose non avrebbero girato come si deve il Centro Einaudi lo scriveva alla fine degli anni ottanta. Adesso non c'è quasi più gusto. Libri che parlano di declino più o meno inevitabile o al quale rassegnarsi si trovano negli scaffali per non specialisti delle librerie di medio assortimento.
Come molti sanno il diritto fallimentare italiano è stato oggetto di una recente riforma (d.lgs 6 gennaio 2006, n. 5) e di alcuni interventi mirati nel settore delle ristrutturazioni industriali dovuti da un lato alla necessità di ottemperare al divieto comunitario degli aiuti di Stato (cosiddetta Prodi bis D.lgs 8 luglio 1999, n. 270) dall'altro da quella di fronteggiare il caso Parmalat (decreto Marzano D.L. 347 del 23 dicembre 2003 convertito dalla legge n. 39 dell'8 febbraio 2004 via via modificato fino alla legge 281 del 24 novembre 2004).
Settimana di "passione" finanziaria anticipata: prima il fondo d'investimento Carlyle Capital, poi la banca di investimenti Bearn Stearns. Due istituzioni in crisi a causa di un'esposizione riconducibile agli stessi prodotti finanziari (o loro derivati): i mutui immobiliari, quelli buoni però. Come se non bastasse, sembra essere il prologo di una malattia molto contagiosa.
Le vicende della UBS intrigano più di altre vicende bancarie, perché nessuno associa una banca svizzera con gli investimenti rischiosi e con le assemblee tumultuose, con migliaia di persone che fanno la coda per votare arrabbiate. Per capire come mai, immaginate di essere un nobile molto, ma molto ricco di qualche secolo fa. Un giorno viene a trovarvi uno svizzero che si offre di combattere per voi.
Le class action di nuovo al centro del mirino. Alla norma approvata dal Senato il 15 novembre scorso sono state aggiunte delle novità sostanziali: corretta ed emendata dal relatore alla Finanziaria, Michele Ventura, e dal Governo, la nuova disciplina dovrebbe semplificare e colmare le numerose lacune del provvedimento sull'azione collettiva.
Le modifiche apportate al disegno iniziale del Senato attenuano, per lo meno apparentemente, tutti quei dubbi circa la possibilità di prevedere una protezione effettiva a chi appartiene alla "classe", anche se siamo ancora lungi dal trovare una soluzione piena.
L'introduzione della class action corre il rischio di non portare nessun vantaggio concreto ed elimina l'opportunità per il singolo cittadino di far valere i propri diritti di consumatore-utente, introduce un nuovo strumento di contrattazione/ricatto nelle mani di un soggetto politico/sindacale che va ad arricchire il già numeroso mondo delle consociazioni che garantiscono un sereno immobilismo della nostra società mentre incalza un confronto duro, inconcludente e perpetuo. In Italia i tempi estenuanti della giustizia civile, la tendenza verso il modello della concertazione nel rapporto produttori-consumatori, nonché la tutela di alcuni interessi attraverso il ricorso al giudice penale e la attribuzione alle sole associazioni di categoria del diritto/potere di ricorrere ad azioni collettive rendono difficile l'affermarsi di un modello sanzionatorio privato efficace.