In un recente articolo sul «Sole 24 Ore» Martin Taylor, l'ex ceo di Barclays, di fronte alla crisi greca ha proposto tra il serio e il faceto una sorta di doppio regime valutario per l'euro, con l'introduzione di un moneta, il neuro, per i paesi virtuosi, quelli più competitivi e fiscalmente disciplinati, del Nord Europa, e un'altra moneta, il sudo, destinata a svalutarsi nel tempo, per quelli invece più viziosi del Sud Europa. Solo in questo modo il nocciolo sano dell'Europa potrà evitare di essere trascinato nel gorgo di dissolutezza che sprofonda lungo le sponde del Mediterraneo.
Gli Stati Uniti d'Europa, già immaginati negli ultimi anni dell'ottocento da un giovanissimo Luigi Einaudi, al quale si aggiunsero nel novecento Ernesto Rossi, Altiero Spinelli e gli altri confinati di Ventotene, restano una meta incompiuta.
Una meta intralciata dagli Stati nazionali che, col loro rafforzamento, hanno provocato l'indebolimento della Commissione, come a suo tempo provocarono il fallimento della Comunità europea di difesa, per la quale l'Italia di De Gasperi e di Sforza si batté particolarmente.
Obama in passato ha detto di sé: 'sono un test di Rochard, ognuno vede in me quello che vuole vedere.' Di conseguenza, la campagna che ha condotto è stata una campagna 'ispirational', cioè una campagna che potesse ispirare in ognuno cose diverse. Con queste premesse, si dirà, Obama rimane a tutt'oggi un mistero, perché nessuno sa davvero chi egli sia. La cosa è vera in parte, ma è vera. Ossia, di Obama si conoscono i punti fermi?il ritiro dall'Iraq, l'estensione della copertura di MediCare, l'ambiente?ma non cosa farà per trasformarli in politiche di governo.
Nel pianificare le loro campagne, sia Barack Obama che John McCain hanno fatto uso di idee e di strategie discorsive tipiche del discorso pubblico americano. La campagna di Obama ha prevalso su quella di McCain. È un caso, o le prime sono risultate più convincenti delle seconde?
E così siamo già vecchi. Improvvisamente e irrimediabilmente demodé. Noi, i bushiani, che salutammo l'elezione di George W., nel novembre 2000, con vaga indifferenza postmoderna; noi, generazione dell'11 settembre, improvvisamente in guerra, psicologica, con le nostre ansie. Noi che dovemmo repentinamente responsabilizzarci, informarci, capire. E sullo scaffale di noi bushiani comparirono i saggi e le analisi di neoconservatori e neoliberali di quel concitato biennio 2002/2003.
A poco a poco, negli anni, in America si è fatto strada un grande idiota, il grande idiota americano. Ogni cosa nasce oggi da un focus group, ogni opinione da un sondaggio, ogni desiderio da uno studio di marketing. A poco a poco, tutto ha preso lo stesso blando sapore, tutto pare uguale. In politica, l'avanzata del grande idiota americano ha coinciso con l'emergere di politici tutti uguali, a destra come a sinistra. Quando parlano, se non sei un idiota, ti senti a disagio. E magari decidi di non votare. George H.W. Bush, Bill Clinton, Al Gore, John Kerry e George W. Bush non erano identici. Ma quando si rivolgevano a te dal televisore ti sentivi preso per un idiota. Lo stesso idiota che vedevi riflesso dappertutto. Il grande idiota americano.
L'aggravarsi della crisi economica ha definitivamente affossato McCain, che sull'economia ha detto cose poco convincenti e poco coerenti. In verita' Obama non ha detto nulla, ma gli errori di McCain sono stati sufficienti prima per riportarlo in vantaggio, e poi per garantirgli un margine che e' quasi di sicurezza. Ogni tanto il silenzio e' d'oro anche per i politici. McCain ha fatto due miracoli: ha riacciuffato la nomination dopo che, nell'estate 2007, la sua campagna per le primarie era scivolata in caduta libera, ed ha riacceso l'entusiasmo con la scelta, spregiudicata ma eletrizzante per la base repubblicana, di Sarah Palin. Ma questa volta c'e' poco da fare, e non ci sara' due senza tre: in questa situazione, e a dispetto dei disastrosi errori sull'economia commessi dal Congresso controllato dai democratici, il partito del presidente in carica e' nettamente svantaggiato, e ormai si dubita che McCain riuscira' a ribaltare la situazione.
Barack Obama potrebbe essere il prossimo presidente degli Stati Uniti, ma non si è capito bene che tipo di presidente intenda essere. Probabilmente non lo sa nemmeno lui. Gli stessi media che gli hanno dato l'endorsement in questi giorni (e cioè la grande maggioranza, a parte qualche sparuto cenacolo neoconservatore, il prudente Wall Street Journal e il piccolo ma fremente universo di emittenti radiofoniche filorepubblicane sparse sul territorio) hanno generalmente ammesso che il suo programma è un mix di cose buonissime, di cose mediocri e di cose pessime.
Sarah Palin, la donna del popolo, ha speso più di $ 150,000 in vestiti, accessori e trattamenti di bellezza. Ovviamente ne è nato un putiferio, soprattutto visto che Michelle Obama è stata colta ad indossare un abito preso in svendita. Il tutto è molto moralistico e un pochino ipocrita. Se non fosse per un dettaglio.
Ieri sera si è tenuta al Waldorf Astoria la cena di gala della Alfred E. Smith Memorial Foundation di New York. Si tratta di un evento in onore di Alfred E. Smith, il primo candidato cattolico alla presidenza degli Stati Uniti. Lo scopo della serata è quello di raccogliere fondi a favore delle opere caritatevoli della diocesi di New York, ma presso il vasto pubblico l'evento è diventato famoso per il carattere umoristico dei discorsi letti dagli ospiti d'onore, discorsi sospesi a metà strada fra l'autodeprecazione e il sentimentalismo buonista.
Il terzo dibattito fra Barack Obama e John McCain ha visto il candidato repubblicano all'offensiva. Nei 90 minuti di dibattito, Obama ha difeso con pacatezza le sue posizioni evitando ogni polemica, e qualche colpo basso. L'argomento del dibattere era la politica interna, ed in particolare l'economia. Che per McCain significa abbassare le tasse a chi ne paga di più nella speranza che i denari risparmiati vengano reinvestiti. Obama, al contrario, abbasserebbe le tasse di chi ne paga di meno per aiutare la classe media in un momento di crisi.
Chi avesse ascoltato con orecchio attento il discorso con cui Barack Obama accettava la nomination democratica avrà notato un fatto, davvero degno di nota. Tralasciando lo specifico?l'investitura, i ringraziamenti, il dovuto inchino ai Kennedy ed a Clinton, le urla di guerra?si notava bene come il Senatore dell'Illinois si servisse di una matrice bipartita nel distribuire il discorso. Da un lato diceva cose che i appellavano al consueto spirito comunitario/comunitarista che anima una buona fetta dell'elettorato democratico.
10. Si specula ovviamente sul futuro di Hillary Rodham Clinton. Ci sarebbero 18 milioni di ragioni perché la Clinton comparisse al fianco di Barack Obama come candidato alla vicepresidenza ? tanti sono stati i voti da lei raccolti durante le primarie. Due cose paiono rendere la cosa poco probabile. Il tono ostile preso dalle primarie man mano che si profilava la vittoria di Obama; e il messaggio di cambiamento usato da quest'ultimo contro la 'Clinton machine,' la macchina da guerra clintoniana. È un peccato.
9. È appurato ormai che un avversario lo si può sconfiggere solo costringendolo a stare al nostro gioco. John McCain sta facendo di tutto per portare Barack Obama sul terreno della sicurezza nazionale, terreno assai infido per il Senatore dell'Illinois, che al contrario di McCain non può vantare di essere un eroe di guerra. Obama, dal canto suo, sta facendo di tutto per portare McCain a parlare d'economia, argomento tutt'altro che facile per un repubblicano visti i dissesti su cui ha presieduto l'amministrazione Bush, dalla crisi del credito ipotecario alla politica energetica.
Il federalismo spagnolo ha saputo mantenere unito un paese formato da comunità diverse tra loro, con lingue e tradizioni differenti. Ed è riuscito, nonostante alcune tensioni, nel difficile compito di conciliare autonomia locale e autorevolezza dello stato, accompagnando le regioni più povere verso un accettabile sviluppo economico, senza porre eccessivi freni alla crescita delle realtà più sviluppate del paese.
Pochi giorni fa in un'intervista su La Repubblica il Presidente Nicolas Sarkozy si è soffermato sulle priorità dell'agenda su cui si concentreranno gli sforzi del prossimo semestre francese alla presidenza dell'Unione Europea: clima, sicurezza, immigrazione sono i temi più urgenti da affrontare sul tavolo europeo.
Sul sito web di John McCain (www.johnmccain.com) i visitatori trovano in questi giorni una guida al voto che appare per molti versi inusuale. Il responsabile della campagna elettorale del senatore dell'Arizona, Rick Davis, spiega per dieci minuti buoni quali sono i punti di forza e le debolezze della candidatura McCain al momento attuale. Tutto questo mentre un'animazione molto sofisticata mostra grafici a torta e mappe elettorali con i consueti colori del Gop e dei Democrats, rosso e blu, e con le zone incerte, le contee pronte a cambiare di segno, gli Stati in bilico.
Ciò che finora pare aver diviso l'elettorato
democratico fra il Senatore dell'Illinois Barack Obama
e la Senatrice dello stato di New York Hillary Rodham
Clinton è una cosa tangibile ma spesso sottaciuta
negli Stati Uniti, la classe sociale.
Finalmente è finita. Se il Senatore dell'Illinois
Barack Obama non mette il piede in fallo nelle
prossime due o tre settimane, il ritiro della
Senatrice dello stato di New York Hillary Rodham
Clinton è cosa certa.
I numeri impressionanti della partecipazione alle primarie (soprattutto di parte democratica). Lo "strano profilo" del candidato repubblicano John McCain, la "strana strategia" dei repubblicani nella corsa alla Casa Bianca. I rischi di Hillary e quelli di Obama. Il timore crescente dei democratici di restare senza un candidato fino a giugno . Mentre si moltiplicano gli appelli a Hillary perché si ritiri dalla competizione.