| Le idee contano. Contano perché servono per comprendere il mondo e gli uomini, contano perché alla fine sono le idee che cambiano il mondo. Contano le idee, e contano gli ideali. Ma conta anche il modo in cui le idee e gli ideali si traducono in fatti. Oggi in Italia di idee ce ne sono poche, di ideali ancora meno, e si spacciano luoghi comuni malamente raffazzonati per idee, invettive prive di qualunque coerenza con i comportamenti per ideali: e alla fine si tira tutto addosso agli avversari come se le idee fossero clave. A noi, liberali, Luigi Einaudi aveva insegnato che occorre "conoscere per deliberare". È stato il motto del Centro Einaudi in oltre quarant'anni di vita. Una vita lunga per un centro studi che è nato come un'associazione di amici, che ha vissuto tre o quattro ricambi generazionali, ritrovando ogni volta la capacità di tornare a guardare il mondo con occhi nuovi, ma continuando a insegnare ai giovani che si sono formati alla nostra scuola che quelle parole occorreva, oltre che predicarle, soprattutto praticarle. Oggi quelle parole vogliamo continuare a dirle, e a praticarle, con questo sito. L'intenzione è di portare qui le cose di cui ci occupiamo, i risultati del nostro lavoro, della ricerche e delle analisi che conduciamo, ma soprattutto di offrire riflessioni e commenti che siano utili a orientare l'agenda italiana. Al primo punto di questa agenda c'è per noi la necessità di spezzare i vincoli di oligarchia e di casta che infestano il paese a cui apparteniamo. L'effetto di quei vincoli è che l'Italia sempre più si divide fra chi produce valore e chi distrugge il valore prodotto da altri. Ma la divisione non passa fra pubblico e privato, fra impresa e politica. È molto più pervasiva: divide l'amministrazione pubblica e il sistema delle imprese, la scuola e la sanità, l'università e il mondo della professioni. Divide le corporazioni organizzate da chi, come imprenditore, medico, ricercatore, insegnante, pubblico amministratore, cerca di fare (e fa), onestamente e con merito il suo lavoro. Siamo una società rigida e bloccata, in cui spesso i giovani devono sprecare le loro migliori energie in attività puramente cortigiane, in cui l'attrito e i costi di mediazione sono intollerabilmente alti, in cui c'è troppo poca fiducia reciproca e autentica capacità di collaborazione. Si concerta, ma con il coltello sotto il tavolo e gli accordi sono al ribasso. Non si riescono a sperimentare soluzioni nuove, perché chiunque voglia innovare si ritrova isolato. Tutti difendono con accanimento i propri privilegi, senza rendersi conto che normalmente il vantaggio che ciascuno ricava dal proprio è inferiore al costo che paga a quelli di tutti gli altri. Al primo punto, dunque, c'è la necessità di uscire da questo soffocamento. E se ne esce costruendo consenso sul fatto che tutti abbiamo da guadagnare da una società più libera, capace di premiare il merito, di offrire opportunità a chi ha talento e non solo a chi è ricco di famiglia. Una società, in primo luogo, capace di offrire opportunità ai giovani: la gerontocrazia italiana è oltre il limite del ridicolo. Solo in Italia i quarantenni sono giovani, e i cinquantenni emergenti. Non a caso l'Italia ha una dinamica demografica asfittica, peggiore di quella di tutti i paesi comparabili. Una società, in secondo luogo, che consenta alle donne di fare carriera e di avere figli, se così desiderano. Solo in Italia la presenza femminile ai gradini alti della politica, dell'industria, delle professioni è così scarsa. Ed è un altro aspetto della chiusura del nostro paese, della sfiducia che lo pervade, della sua mancanza di senso del futuro. Una società, infine, che investa sulla scienza e sulla ricerca. E non solo in termini di punti percentuali di pil. Contano anche quelli naturalmente. Ma è strano osservare come una fra le civiltà che hanno creato la scienza quale noi la conosciamo, come volontà consapevole di comprendere la natura e intervenire su di essa, abbia nei fatti un atteggiamento così poco attento al mutamento straordinario che è appena cominciato e che sta modificando di un ordine di grandezza la capacità dell'uomo di manipolare il mondo. Altre società discutono di questo, si interrogano sui rischi, li accettano o li rifiutano. Per la maggior parte degli italiani invece la tecnologia è qualcosa di mezzo fra la stregoneria e il gioco, l'attenzione che si riserva alla sua evoluzione è confinata alla rincorsa all'ultimo gadget più o meno di moda, e le poche riflessioni che si fanno sul punto sono intrise di paura, spesso di pura e semplice ignoranza. Parleremo, in questo sito, di politica e di politiche, di economia e di banche, di amministrazione pubblica, di scuola, di sanità, di ricerca... di cavoli e di re, come diceva un vecchio libro. E lo faremo senza contribuire al frastuono, ma anzi tentando di dissiparlo un poco. |

